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Le Illuminazioni di Moore

29 Gennaio 2024
  Su questo blog mi occupo, come noto, delle intersezioni tra fumetto e letteratura: adattamenti, biografie letterarie a fumetti, ma anche casi più particolari. Uno può essere questa recente raccolta di racconti di quello che, a buon diritto, è considerato il più importante fumettista vivente, Alan Moore, che nel 2019 aveva annunciato il suo ritiro dai comics. Ora Moore, con questo “Illuminations” (2022) continua il suo percorso letterario, già avviato con altri racconti, quelli de “La voce del fuoco” (1996) e il mastodontico “Jerusalem” (2016). Il titolo, che Fanucci lascia invariato in questa sua traduzione – ad opera di Tessa

 

Su questo blog mi occupo, come noto, delle intersezioni tra fumetto e letteratura: adattamenti, biografie letterarie a fumetti, ma anche casi più particolari. Uno può essere questa recente raccolta di racconti di quello che, a buon diritto, è considerato il più importante fumettista vivente, Alan Moore, che nel 2019 aveva annunciato il suo ritiro dai comics. Ora Moore, con questo “Illuminations” (2022) continua il suo percorso letterario, già avviato con altri racconti, quelli de “La voce del fuoco” (1996) e il mastodontico “Jerusalem” (2016).

Il titolo, che Fanucci lascia invariato in questa sua traduzione – ad opera di Tessa Bernardi – evoca ancora di più le celebri “Illuminations” di Arthur Rimbaud. L’opera del francese, composta negli anni ’70 dell’Ottocento, viene pubblicata nel 1886 ed è una delle opere-chiave di simbolismo e decadentismo. Tra l’altro le liriche di Rimbaud, “illuminazioni” sul mondo ricevute dal poeta veggente, sono sottotitolate, in inglese, “painted plates”, “illustrazioni a colori”, potremmo tradurre. Che potrebbe essere un ottimo rimando analogico al fumetto.

 

 

Le “Illuminazioni” di Moore, però, sono volutamente minori, quotidiane, in quasi tutti i casi, come sembra denunciare la grafica di copertina, che scrive il titolo come un brillante ma effimero fuoco artificiale, già sul punto di spegnersi. La raccolta riunisce opere apparse o pensate, almeno in parte, per altre sedi; ma la bravura di Moore sta anche nel lasciar trapelare al lettore una trama segreta che unisce questi brevi lampi di luce sul sovrannaturale.

“Lucertola ipotetica”, la prima storia, è ambientata in un mondo onirico di stregoni
e magia, raccontato con uno stile volutamente onirico e prezioso, e per quanto si possa apprezzare l’eleganza di Moore è quella forse più eclettica nella raccolta, in cui non si verifica l’intreccio tra realtà e magick, ma semplicemente si esplora un mondo fantastico non lontano da quello che associamo spesso a Gaiman, al suo “Sandman” e alle altre sue oniriche produzioni (per quanto anche Moore, ovviamente, si sia dimostrato spesso capace, come qui, di inventarne di suoi). L’aspetto che ricollega questo racconto agli altri è però un primo aspetto introdotto: quello di un fantastico non scontato, lontano dalle solite lande gotiche di fantasmi, vampiri, lupi mannari e compagnia ululante.

L’altro aspetto è il gusto per un finale a sorpresa, elemento meno pronunciato ma che, sottotraccia, percorre tutte le narrazioni fondendosi al tema principale del fantastico desueto. La cosa è coerente all’impressione che il vecchio Bardo di Northampton voglia suscitare un guizzo di illuminazione nel lettore anche più scettico, ricorrendo a tutta la maestria della sua arte, incluso il piccolo – o meno piccolo – salto sulla sedia che si rivela in grado di suscitare, e che caratterizza più di una sua opera (dal finale magistrale di “Watchmen” in giù). Tale ragione spiega anche i pochi riferimenti alla trama delle opere che qui si introdurranno, per non privare il lettore di uno degli elementi fondamentali del piacere di queste piccole gemme eterodosse.

“Nemmeno leggenda”, il secondo racconto, in qualche modo chiarisce questo tema programmatico del neofantastico introdotto con magniloquenza stilistica dall’ouverture: la riunione di un circolo di appassionati di sovrannaturale che pubblica una rivista introduce sia la miseria ordinaria di questo conclave di normalissimi inetti, sia creature bizzarre divergenti rispetto a quelle che essi cacciano di solito, e che ora vorrebbero scoprire. La storia si basa su un forte effetto di sorpresa finale, che costringe a una rilettura del racconto e dimostra l’ottima padronanza di Moore in tecniche sperimentali di narrazione piegate, quando vuole, all’esigenza della sua brillante affabulazione. Il mondo esoterico quotidiano e squallido (che Moore conosce, probabilmente, abbastanza da vicino: da esso proviene, senza mai rinnegarlo, e lo frequenta senza dissimulazioni) ricorda quello che appare in “Neonomicon”, dove la setta lovecraftiana non ha nulla di grandioso ma ha la mediocrità pruriginosa di un occultismo dopolavoristico.

Il tema portante del racconto sotto il profilo sovrannaturale riprende il racconto di maggior successo di Alan Moore ai tempi di “2000 AD”, e si collega, senza dir di più, al tema dell’Eternalismo, sempre caro a Moore, che l’ha divulgato al largo pubblico con il Dottor Manhattan, con personaggi fantastici che possono scardinare l’asse dello spaziotempo. Il titolo, “Nemmeno leggenda”, forse ribalta “Io sono leggenda” di Matheson (1957), opera chiave del nuovo fantastico, in un modo che sarà facilmente chiaro a chi legga entrambe le opere.

“Posizione, Posizione, Posizione”, per certi versi, assume una prospettiva simmetrica: non il fantastico che irrompe nell’ordinario, come in “Nemmeno leggenda”, ma l’ordinario che si impone anche nel sovrannaturale. Cristo si trova a gestire l’Apocalisse dopo la Morte di Dio, avvenuta più o meno quanto “Time”, con preveggenza, l’ha annunciata nella nota cover del 1968 (citata anche dal celebre “Rosemary’s Baby” di Polanski).

Anche qui, l’idea brillante, abbastanza chiaramente comprensibile fin dalle prime pagine, si dipana in una graduale illuminazione del lettore, ampliandone la visione filosofica tramite una elegante ironia metasifica e occultistica. Un altro tema chiave, connesso al “fantastico inconsueto”, è la semplificazione a cui gli uomini sottopongono il sovrannaturale per gestirlo senza impazzire, tema di cui discutono Cristo e la sua ospite.

“Lettura a freddo” torna sul piano naturale, assumendo un punto di vista scettico sulla sfera magica per, ovviamente, ribaltarla gradatamente man mano che si procede. Moore stesso, in postfazione, spiega come in questa sede egli abbia voluto creare un aggancio anche per il lettore più restio al suo incantesimo narrativo. L’espediente narrativo è il solito di “Giro di Vite” di James, ampiamente sfruttato da Shyamalan e innumerevoli soci, ma funziona gradevolmente.

“L’improbabile complessità dello stato dell’alta energia” è uno dei racconti più ostici, che sviluppa il concetto filosofico-scientifico del “Cervello di Boltzmann”, realmente esistente, in una narrazione fantastica in cui Moore mette molto della sua immaginifica teologia magica, aprendoci un possibile squarcio – letterario – su quella metafisica complessa di cui parla il Cristo del suo racconto precedenti, ai limiti della comprensibilità umana.

“Illuminazioni”, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è il primo dei testi nuovi, e parte dalla melanconica narrazione di un uomo che guarda vecchie fotografie. Lo sviluppo fantastico, ovviamente ottimamente condotto, è piuttosto classico, ma la struttura viene abilmente condotta da Moore per offrirci un altro spiraglio di quotidiano accesso all’eternalismo. Per certi versi, siamo dalle parti del capitolo di Watchmen dedicato al passato del Dottor Manhattan, che tramite una vecchia fotografia viaggia (lui fisicamente, noi mentalmente) nei vari tempi che essa ha identificato, e che sono per lui (ma anche per noi, in questa visione filosofica) compresenti, il tempo essendo in fondo una illusoria percezione di una quarta dimensione.

“Cosa ci è dato sapere su Thunderman” è dedicato a Kevin o’Neill, importante disegnatore inglese recentemente scomparso nel 2022, con cui Moore aveva collaborato alla “Lega degli Straordinari Gentlemen” e ad altro. La storia, la più ampia, è quella forse più interessante per un lettore di fumetto, in quanto, in un mascheramento abbastanza trasparente per i personaggi e un po’ più criptico per gli autori (a meno di non essere molto addentro al fumetto americano), Moore ci racconta la sua versione della storia del fumetto statunitense. “Thunderman” è Superman, “Re Fuco” è Batman, e così via, ripercorrendo la storia del medium in una dissimulazione onesta che consente a Moore di usare il suo sarcasmo al vetriolo sulla fumettosfera americana. Moore gioca al gatto col topo col lettore, qui, perché ovviamente il carattere fantastico dei racconti gli permette di sfumare bene le affermazioni più eclatanti (eppure sussurrate a mezza bocca sull’industria del fumetto USA) nel libero sfogo della fantasia. Le vicende del fumetto USA di questo mondo alternativo si mescolano con la storia del proibizionismo, della mafia italoamericana, dei servizi segreti e delle loro psy-ops, con casi di inquietante cronaca nera non del tutto fantastici.

Lo stile è abilmente spezzettato, a volte brillantissimo, a volte meno (ma, magari, gustosissimo per un lettore attentissimo che riesce a decifrare la metafora quasi enigmistica); ma anche questa alternanza contribuisce a tener viva l’impressione di un racconto reale, dove come nel mondo vero si alternano momenti di stanca a momenti di rapidi avvenimenti cruciali. La psicanalisi di Superman, pardon, Thunderman è un pezzo da manuale, come l’incontro di Stan, pardon, di Sam, con un amico molto speciale dai servizi segreti. L’unico limite di una traduzione comunque brillante (su un autore indubbiamente non facile come Moore) è una terminologia fumettistica talora imprecisa, come “pannello” che si intuisce tradurre “panel” invece del corretto “vignetta”, “continuità” tradotto mentre usualmente “continuity” si lascia invariato, e così via (anche il nome di Re Fuco, lasciato nel non difficile originale “King Bee”, manteneva la sonorità delle due sillabe, ad esempio quando il poliziotto ne canta la sigla).

La costruzione del racconto lungo in più capitoli, come assemblaggio di materiali differenti, rimanda in parte alla tecnica usata negli inserti narrativi di “Watchmen”, con falsi documenti di vario tipo, legali, pubblicitari, pagine di romanzi ipotetici e così via.

Una tecnica simile appare in “Luce americana: una valutazione critica”, dove appare l’unica “Illuminations” poetica (forse un rimando a Rimbaud, anche se la tecnica è ovviamente differente e richiama la poesia beat). La narrazione però si struttura nelle note a margine, che introducono una immaginaria ma credibile scena beat. Moore mantiene il suo stile amarissimo che amiamo, ma mentre verso la scena del fumetto traspare un feroce sarcasmo, qui quasi in opposizione c’è uno sguardo più rispettoso.

L’uso degli pseudotesti nella narrazione è una tecnica resa celeberrima da Borges in “Finzioni”, titolo, per certi versi, simmetrico a queste “Illuminazioni”: se il bibliotecario argentino usava i falsi testi per fondare il postmoderno con un ironico cinismo, Moore, è evidente, ritiene che la fiction possa celare davvero uno squarcio sulla realtà. Lo scrittore sarà anche un veneratore di Glicone, il dio gnostico inventato in modo quasi truffaldino nell’era dell’impero romano che Moore dice di venerare. Ma sotto lo spettro del falso Dio, la marionetta utile agli umani comuni per comprendere il divino, spesso si apre un vero squarcio di illuminazione sull’Oltre.

Chiude la rassegna “E, da ultimo, per chiudere con il silenzio”, racconto dal tono conclusivo e di ambientazione medioevale, in cui l’elemento fantastico appare solo evocato sullo sfondo. Siamo nel 1200 nei pressi di Brackley, nella contea del Northamptonshire da cui proviene anche Moore, e che l’autore ha esplorato nel suo “Voice of the fire”. La vicenda riguarda una violazione del diritto ecclesiastico d’asilo e la conseguente punizione dei trasgressori (vedi qui), e conclude in qualche modo la raccolta collegando questi racconti fantastici alle origini medioevali della novellistica. Anche se Moore, nelle sue conclusioni e ringraziamenti finali, evoca soprattutto Edgar Allan Poe, autore del racconto moderno.

Insomma, una raccolta di indubbio interesse, che conferma la validità di Moore come autore anche letterario e contiene molti rimandi nei temi (e nei contenuti, come in Thunderman) al mondo del fumetto che l’autore ha segnato con il suo influentissimo lavoro.

 

Lorenzo Barberis

Lorenzo Barberis

Nato a Mondovì nel 1976, laureato in Lettere a indirizzo artistico presso l’università di Torino (2000), insegna italiano e storia alle superiori. Scrive per Culture Club 51, la rubrica di cultura del settimanale di Mondovì L'unione monregalese. Il suo blog personale è, dal 2008, fumettismi.blogspot.com. Si occupa di arte visiva, letteratura e fumetto e del rapporto tra i tre ambiti; con Wundergammer.com (2010-2012) ha anche partecipato a un esperimento seminale di critica d’arte del videogame. Collabora al progetto CuNeoGotico (2013-2016), dove ha curato i testi del catalogo per la parte relativa al fumetto, e al progetto DKMO della casa editrice Il Girovago, per cui ha realizzato la prefazione alla parte letteraria del volume. Per il blog network de Lo Spazio Bianco cura dal 2016 il blog Come un romanzo, dedicato al rapporto tra fumetto e letteratura.

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