Ho avuto modo di leggere recentemente il bell’adattamento del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas operato da Carlo Rispoli come autore completo. Del fumettista avevo già avuto modo di apprezzare e segnalare l‘adattamento delle Notti Bianche di Dostoevskij, sui testi di Andrea Provitera (anche lui particolarmente versato nell’adattamento letterario a fumetti).
Un’opera interessante, poiché il testo non presenta immediatamente quegli aspetti di avventura e di azione che sono congeniali all’adattamento fumettistico – specie nella concezione italiana classica, legata principalmente all’ambito avventuroso. Ma i due autori riuscivano bene nell’operazione.
“Il conte di Montecristo” di Dumas pone dei problemi simmetrici. Da un lato, l’opera è quasi il fondamento, potremmo dire, di un filone avventuroso che adatta la “tragedia di vendetta” (cara già al teatro elisabettiano) alla dimensione di ampio respiro del grande romanzo dell’Ottocento.
Pubblicato in feuilletton, a puntate sui giornali, nel 1844, in collaborazione tra Dumas padre e Auguste Maquet, l’opera (di cui non riassumerò la vasta e divagatoria trama: rimando al dono della sintesi della Treccani) suscita fin da subito una enorme attrazione sul pubblico, e un dubbio nella ricezione critica: da un lato, il suo funzionamento è innegabile: per contro, è altrettanto riconosciuto il suo carattere (volutamente?) poco organico, conseguenza naturalmente della pubblicazione periodica tipica dei feuilletton.
Fa considerazioni di questo tipo già Stevenson, che non a caso volge il romanzo di avventura, a fine secolo, verso una maggiore organicità rispetto all’era dell’oro del romanzo d’appendice ottocentesco; Gramsci, nella sua disamina della cultura popolare, lo ritiene il più “oppiaceo” dei romanzi popolari, perché quello che più di tutti, nell’Ottocento, vellica la seduzione del super-uomo dotato di doti eccezionali, il “vendicatore” polimorfo, infallibile, inarrestabile.
Un modello che, tra l’altro, avrà indubbiamente un peso anche sul filone supereroico che condizionerà il fumetto, americano e quindi mondiale, dal 1938 in poi. Più che Superman, solare e quasi divino, Batman e tutto il filone dei “vendicatori” (avengers, in inglese) dotati di caratteristiche umane, un trauma fondativo nella origin story, e una cupa ossessione di vera giustizia fuori dalle aule di tribunale.
Umberto Eco vagheggiava, ironicamente, di voler sintetizzare il Montecristo, asciugarlo in una tradizione moderna che, restando fedele, lo spolverasse di una certa pesantezza per offrirlo in una prosa più nitida. Difficile dire, data la proverbiale ironia beffarda del Maestro di Alessandria, se si trattasse di un reale progetto o di un paradosso icastico.
Però, per certi versi, possiamo dire che è il gioco che tenta (riuscendoci) Rispoli in questa trasposizione fumettata. Le vicende sono, qui, ovviamente sintetizzate ulteriormente, ma Rispoli sa cogliere della vicenda gli snodi e i passaggi fondamentali per costruire, in un nuovo medium, il grande affresco di vendetta che il lettore si attende da quest’opera.
Un elemento particolarmente riuscito è il segno, che in questa edizione di Roberto Ricci Designs che ho esaminato è in bianco e nero. Se nelle Notti Bianche trovavo un’evocazione di qualche elemento di Ivo Milazzo, il maestro che con lo sceneggiatore Berardi ha creato il personaggio di Ken Parker, per la comune attenzione alla resa psicologica dei volti con un segno sintetico e l’uso dell’acquerellato, qui appare in molte pagine la suggestione di un grande maestro del fumetto in assoluto, e dell’avventura marinaresca in particolare: Hugo Pratt.
Anche in questo caso, il segno di Rispoli si rivela comunque autonomo, in grado di rielaborare autonomamente gli stilemi che Pratt ha offerto al fumetto, con un segno di sintesi che stilizza la lezione dei grandi (come Einser e Caniff) per un segno estremamente evocativo, giocato su grandi contrasti chiaroscurali di bianchi e neri.
Lo spazio bianco del fumetto, non solo quello tra le vignette, diviene quello di mari e cieli infiniti che fanno da sfondo alle avventure del suo Corto Maltese. In particolare, viene in mente “Una ballata del mare salato”: l’apparizione di Dantès dopo la fuga del Chateaux d’If ricorda la prima apparizione del personaggio, e si sottolinea l’elemento – presente già in Dumas – di una presunta origine “maltese” di Montecristo (con cui egli dissimula la provenienza da Marsiglia).
Lo sviluppo estremamente classico, con un formato quadrato, che esalta la dimensione della striscia (ogni tavola è composta, nel volume, da due strip piuttosto distanziate tra loro) pare evocare, invece, la dimensione originale del fumetto avventuroso nella daily strip, che usava come unità appunto la striscia piuttosto che la tavola. Naturalmente qui le strip formano un flusso narrativo unico amalgamato e non riproducono quello spezzettamento radicale proprio del fumetto avventuroso in striscia (mentre quello comico, ovviamente, usava la strip in modo autoconclusivo).
Il segno, nella sua sintesi, è molto efficace nello studio di espressione, naturalmente fondamentale in un’opera di vendetta come il Montecristo, con la giusta teatralità che si confà al gran romanzo d’appendice. Il montaggio delle vignette è poi molto cinematografico, in una concezione quasi di “cinema su carta” non distante da quello cercato, più di altri, proprio da Berardi (in Ken Parker, con Milazzo, e autonomamente, con disegnatori vari, in Julia, in modo dichiarato). Ma la regia di Rispoli ha, ribadiamo, una sua autonoma personalità e visione.
Il volume è quindi di grande interesse per chi, come me, è affascinato dal rapporto tra letteratura e fumetto.
Mi è venuta quindi la curiosità di censire – in un lavoro comunque sempre “in progress” – altre incarnazioni fumettistiche di Montecristo.
Non mi ha sorpreso che l’opera fosse tra le prime (la terza, per l’esattezza) adattate dai Classics In Comics, la collana del 1941 che per la prima volta, in modo sistematico, adatta i capolavori letterari a fumetto. Il Montecristo è infatti perfetto per quella concezione avventurosa, anche se talvolta (non ho letto però quest’opera, del 1942) con una certa distorsione dell’originale a fini spettacolari, come lamentava l’ipercritico Fred Wertham. C’è forse una versione precedente del 1940 dei Fiction Comics, a quanto attestato qui.
Luciano Bottaro, nel 1957, curerà una parodia disneyana; lo stesso anno si parla di un nuovo adattamento americano (vedi qui). Nel 1977 c’è l’adattamento nei Classici Marvel. Dopo gli adattamenti classici e la parodia disney (a suo modo un altro grande “classico”) c’è un certo iato, ma in anni più recenti è tornata una certa attenzione sull’opera.
Montecristo (2006) è un fumetto umoristico con un ratto protagonista, con un legame solo ironico e blando con la nostra opera. Nel 2014 vi è anche un adattamento manga (vedi qui). Altra parodia, nel 2018, è quella di Alan Ford. Nel 2020, invece, è Google a celebrare Dumas, fuori da anniversari, con un doodle fumettistico dedicato al Montecristo, mentre nel 2021 è annunciata una rilettura fantascientifica francese, un esperimento indubbiamente curioso e originale.
Il Montecristo di Rispoli, del 2016, resta però ad ora (e salvo aggiornamenti di cui sarò lieto di dare notizia) l’unico approccio in chiave di fumetto autoriale all’opera, e un omaggio quindi, per questo, ancor più prezioso.








