Bentornati su Lo Spazio Disney e… buon anno!
Il mese più magico dell’anno è ormai alle nostre spalle e, a una manciata di giorni dal dover smontare l’albero di Natale, eccomi a fare il punto su cosa ho letto tra le pagine di Topolino nel corso di dicembre.
Un dicembre mica da ridere, in quanto a ricorrenze: i 90 anni di Topolino in Italia (ve ne ho parlato qui), il n. 3500 di Topolino libretto, il revival della Spada di Ghiaccio devitiana e i 75 anni editoriali del personaggio di Zio Paperone.
L’albo a cifra tonda in particolare è sicuramente stato un appuntamento che ha catalizzato l’attenzione del pubblico, anche se il suo essere in mezzo a più “fuochi” di celebrazioni l’ha reso forse un po’ più indeciso di quanto mi sarei aspettato.
Ma andiamo con ordine 😉
Dicembre 2022: le storie da Topolino

Per fortuna, però, in questo caos l’approccio è molto differente. Marco Nucci a mio avviso esce vivo e vincitore da quella che era la classica impresa impossibile, e lo fa mantenendo per quanto possibile il delicato equilibrio tra il rispettoso omaggio e la strada personale che a un certo punto era necessario prendere per dare un’anima al progetto. Scimmiottare la scrittura di Massimo De Vita sarebbe stato in effetti, a mio avviso, un errore strategico per almeno due motivi: Nucci non è De Vita, e il 2022 non è il 1982. Lo sceneggiatore guarda allora ad un’impostazione piuttosto classica nel cinema odierno, che vive per una buona fetta delle produzioni hollywoodiane di rilanci di storici franchise, la applica in maniera standard e poi decide di affrontare il progetto come sa fare, facendolo in questo modo suo.

Fatti di cui, comunque, la trama per me non è affatto povera nonostante veda che per alcuni la storia risulti vuota: io ci ho visto diverse situazioni, certo a sostegno di una trama che come impalcatura è quanto di più semplice e basilare potessi immaginare, ma che nonostante questo a mio avviso funziona.
È un more of the same? È una parata dei personaggi storici della saga? È una furberia? Sì, ma non poteva essere diversamente nel momento in cui si viene chiamati a scrivere un sequel di un’opera del genere. È però anche un buon fantasy, dal risultato piacevole e che gioca bene le sue carte, in particolare sulla figura del ragazzino coraggioso che guida i Nostri: ennesima dimostrazione del fatto che Nucci conosce bene i mondi della narrativa e si diverte a giocarci con una certa perizia, anche se non sempre le ciambelle gli riescono col buco.

Non solo: è evidente che il disegnatore sta progressivamente lavorando sul suo tratto, maturando di storia in storia, ed è quindi normale che man mano si affranchi dal modello a cui ha palesemente guardato fin dal suo arrivo su Topolino.
Gli sfondi delle sue tavole appaiono curati e a tratti addirittura cesellati, con un’attenzione e una perizia in grado di immergere il lettore nelle terre dell’Argaar. La sua versione dei personaggi storici come Yor, Boz e Gunni Helm è piuttosto fedele a quella devitiana ma con leggere variazioni che non stonano, i suoi Topolino e Pippo sono efficaci e piacevoli e la costruzione della gabbia funzionale al racconto, specie quando deve evidenziare l’intensità di passaggi particolari.
Insomma, poteva essere un disastro, ma non lo è stato. Non poteva essere un nuovo capolavoro, e infatti non lo è stato. Dal canto mio mi sono fatto trasportare e sono rimasto soddisfatto di quanto letto.

E lo fa bene: Fridonia’s World Cup è stato, più che un campionato tra nazionali giovanili di calcio, una discesa psicanalitica nell’intimo di diverse figure coinvolte: Qua nella magnifica e surreale Scherzetto con fuga in be molle, Achille Ribbling e Paperoga in L’anello debole dei Coconuts Boys e l’intera squadra in L’ultima risata. L’attenzione verso i personaggi, insieme alla fantasia a briglia sciolta – che si evince negli scenari di ogni episodio, per esempio – e ai disegni spumeggianti, mi ha spinto non a caso a premiare questa serie nella mia Top 5 del 2022, che avete potuto leggere pochi giorni fa e che trovate sempre qui.

Il lavoro di Intini e Soffritti ai disegni risulta adeguato, con un approccio dinamico e movimentatissimo che serve bene l’atmosfera del racconto.

Il destino di Paperone – Prologo + Episodi 1-2, di Fabio Celoni (nn. 3499-3500-3501), è senza ombra di dubbio la testa di ponte dei festeggiamenti per i 75 anni di Zio Paperone su Topolino.
La prima opera di Celoni come autore completo in casa Disney è infatti un progetto ambizioso che prende le mosse dall’affascinante finale aperto delle Lenticchie di Babilonia di Romano Scarpa per impostare un lungo processo di riscatto e riscoperta di sé stesso da parte del protagonista che, in effetti, suona molto come un ottimo regalo di compleanno per il vecchio cilindro.
Lo spunto dal Fantasma del Destino suona forse un po’ troppo derivativa dal topos dickensiano e da tutto quello che si porta dietro, ma comprendo la funzione potente e catartica che possiede come stratagemma e quindi non ne faccio un dramma.

Intanto che i disegni sono fenomenali: non che ci potessero essere troppi dubbi prematuri, Fabio Celoni ha uno stile immaginifico e avvolgente che su Disney ha sempre fatto meraviglie, e Il destino di Paperone non fa eccezione. Il punto è che negli ultimi anni siamo abituati ad accostare il suo tratto solo a trame gotiche, mentre in questo caso l’artista dimostra la propria versatilità e il fatto che la sua linea così flessuosa si presta bene anche a narrazioni più consuete o addirittura solari: prologo a parte, infatti, i primi due episodi raccontano classiche esplorazioni e simil-cacce al tesoro che, pur in ambienti fantastici, hanno poco di oscuro.

Per quanto riguarda la struttura del racconto, appare già chiaro che non siamo di fronte a una trama unitaria quanto piuttosto a diversi episodi autoconclusivi legati dalla trama orizzontale, che però rimane finora ai margini. Un andamento che mi ha sorpreso un po’ ma di cui scorgo il senso e il potenziale: a ben pensarci, in effetti, il tipo di avventure che Celoni sta facendo vivere allo Zione sono di quella natura che… latita, ahimè, da alcuni anni sul “Topo”. È una riscoperta che il protagonista fa di sé, quindi, ma che anche il lettore fa di un certo tipo di storie paperoniane.
Fabio, lo spirito di Rodolfo Cimino scorre potente in questa saga! E non sapete quanto sia un bene!

Cosa fa Nucci in questo caso? Riprende pedissequamente vari momenti del passato di Paperone, così come li ha visualizzati, incasellati e cristallizzati Don Rosa nella sua $aga, e li articola secondo un filo rosso volto a mostrare le qualità del personaggio nel corso della sua esistenza e contraddistinto dalla metafora del cibo negato. Un’idea ancora più esile di altre su cui lo sceneggiatore ha costruito le proprie storie, forse perché stavolta l’impalcatura che le sta intorno è meno raffinata e quindi mostra maggiormente la corda o la sua essenzialità.
Cionondimeno, da appassionato del lavoro di Don Rosa, cresciuto con l’incontro del suo lavoro in età cruciale, non ho potuto fare a meno di essere contento (quasi coccolato) nel rivedere sulle pagine del settimanale il giovane Paperone sul battello con lo zio Manibuche, oppure alle prese con il bestiame nel suo periodo da mandriano, e infine nel clou rappresentato dagli anni del Klondike.
Insomma, operazione furbetta a dir poco, che blandisce il lettore che conosce la $aga, ricalcando peraltro il giochetto fatto dallo stesso Rosa con Il sogno di una vita, ma alla quale non riesco ad essere indifferente nonostante i limiti che pure riconosco.
Cavazzano alle matite lo vedo a due velocità: i suoi paperi, in particolare il Paperone raffigurato nelle diverse stagioni della sua vita, appaiono in più occasioni rigidi, quasi “legnosi” (influenza di Don Rosa anche sotto questo aspetto? 😛 ), e i volti infatti sembrano avere poca della dinamicità e morbidezza che caratterizza solitamente il tratto dell’artista. Di contro, gli sfondi delle vignette sono tra le cose migliori disegnate da Cavazzano negli ultimi anni: gli scorci di Glasgow, il Mississipi, le grandi praterie, le gelide terre della corsa all’oro costituiscono ambientazioni disegnate in modo raffinato ed evocativo, dettagliato e quasi realistico, mostrando l’impegno e la maestria con cui ha voluto caratterizzare questi luoghi.

Faraci sceglie di tornare infatti al setting della storia di debutto di Scrooge McDuck, quel Monte Orso che come sceneggiatore aveva già visitato nel 2007 in una memorabile avventura natalizia in occasione dei 60 anni del personaggio. Per l’occasione si riunisce con il suo sodale Cavazzano, ricostituendo una coppia artistica che non vedevamo più da tempo.
Faraci stavolta non coinvolge il presunto Zio Natale che fece da guida a Paperone in un viaggio nel tempo, bensì ci mostra come per il miliardario quella vecchia baita rappresenti tutt’oggi un luogo del cuore al quale tornare ogni dicembre per celebrare un preciso momento della sua vita, quello nel quale grazie al genuino “nuovo incontro” con il nipote Paperino si ammorbidì e rilanciò il proprio carattere.
C’è lo Zione “sentimentale”, quindi, ma lo sceneggiatore sa come dosare la cosa evitando il rischio di risultare stucchevole.
L’andamento della trama è quantomai efficace: il blitz dei Bassotti funziona benissimo come viatico per introdurci in questa situazione e anche per giustificare i flashback mostrati, nei quali Faraci ha anche modo di mostrarci il Paperone carognone del passato remoto.
Cavazzano gli va dietro e sforna tavole molto buone, nelle quali non solo gli sfondi risultano convincenti ma anche i personaggi brillano di luce propria, ritrovando qui la loro plasticità assente nella nucciana di cui sopra. La neve, la casetta, gli orsi, i Paperi e i banditi sono tutti rappresentati in maniera piacevole e offrono il giusto contrappunto a una trama certo non elaborata, ma che sa arrivare al proprio nucleo con un’ossatura meglio definita.

Questa miniserie, semplice nei presupposti ma scritta con brio e garbo, ha rimesso in pista il Tito che – mutatis mutandis – ricordavo dagli anni d’oro e, anche se il primo episodio resta insuperato, per tutti gli altri il livello è sempre rimasto godibile e fresco, discorso che vale anche per questi ultimi due.
Ecco, forse non avrei sentito l’esigenza di scrivere una chiusa che ribaltasse in quella maniera il succo di tutto il ciclo: onestamente mi bastava prendere per buono quanto detto nel prologo alla prima avventura, ma dall’altro lato apprezzo la volontà di dare una fine precisa al modello impostato.
Comunque, nello specifico, tanto la satira sul mondo dei call center quanto quella sulle consegne delle pizze da asporto funziona e fa davvero ridere, sapendo concentrarsi su elementi che ognuno di noi ha potuto sperimentare nella sua quotidianità – se non come lavoratore, sicuramente come cliente/fruitore – scrivendoli in modo da renderli genuinamente divertenti.
Faccini presta ottimamente il fianco a tutto ciò con le espressioni da antologia che regala a Paperino, e il gioco è fatto! 😀

Lo stratagemma sfruttato è quello della conta di Pippo per addormentarsi, che decide di utilizzare non le pecore ma le avventure vissute dalla banda Disney raccontate su Topolino.
Trama esile e ridotta al solo pretesto di contare con i lettori fino a 3500, ambientando il tutto a Natale per richiamare l’altra occasione di festeggiamenti.
Simpatico espediente per quella che però è di fatto una non-storia, abbellita dagli avveniristici disegni di Sciarrone che ha modo di sorprendere nell’omaggiare stili altrui quando deve visualizzare scene di grandi episodi del passato o quando sforna una spread page dalle proporzioni ardite.


Mi è piaciuta tanto anche la resa del rapporto sentimentale tra Paperino e Paperina, che risulta sincero, romantico (ma non sdolcinato) e affettuoso.
Una storia che, da piccolo, avrei letto e riletto con fervore e gli occhi illuminati!
Bacci ai disegni fa le solite meraviglie, infine: i suoi personaggi hanno sempre echi carpiani efficaci e piacevoli, con un dinamismo personale che fa la differenza, e rende le vignette molto movimentate ma al contempo pulite e sempre comprensibili. Merito anche della griglia che, pur non lesinando in trovate inusuali, riesce ad essere sempre al servizio del racconto.
Il tratto chiaro e nitido delle linee si esalta nei contorni dei personaggi ma anche nelle scene più concitate, come quelle del terzo atto nel quale Paperinik affronta i banditi e salva la situazione.
Menzione d’onore alla splendida tavola iniziale, con l’elaborata cornice “a festa” davvero d’effetto.

Greppi, qui al suo esordio sul libretto – ma non nel fumetto Disney, essendo attivo per il mercato internazionale – compie un bel lavoro, con un tratto guizzante a metà tra Andrea Freccero e Emmanuele Baccinelli. Ci sta.

Salvagnini, dopo aver sfornato gran belle storie dal suo ritorno, sembra essere entrato in un tunnel di appannamento iniziato col Mercoledì di Pippo della scorsa estate: in effetti anche Orazio e il poema manutentivo (n. 3498) mi ha lasciato l’amaro in bocca, perché non sono bastate alcune “pippate” godibili a salvare una trama piuttosto noiosa e statica, che si basa su cliché ormai triti relativi all’aggiustatutto di Topolinia.

Trama semplice ma riuscita, che poggia molto sull’ambientazione invernale/nevosa e che ho apprezzato proprio per questo motivo. Il punto di forza risiede comunque nei disegni di Pineda, che già lodai mesi fa: tratto pulito, chiaro, ovviamente di matrice barksiana e debitore della scuola danese e quindi di vari suoi esponenti (continuo a vederci Wanda Gattino, ma anche un po’ Arild Midthun e Daniel Branca).
Insomma, una bella mano! 🙂
Bene, credo di aver detto tutto.
L’appuntamento è ora fra un paio di giorni con il post che riguarda le pubblicazioni di settembre.
Ciao!
Ciao!
Non commento la Spada di ghiaccio perché devo ancora leggere la saga di De Vita (ho appena comprato l’edizione delle Grandi Saghe). Mi limito perciò a dire che la storia mi è piaciuta, soprattutto per essere un fantasy, e ho gradito molto i disegni di Canfailla, che sta diventando uno dei miei disegnatori attuali preferiti.
“Fridonia’s World Cup” si è conclusa benissimo. Mi sono piaciuti tutti gli episodi e anche la resa psicologica dei personaggi, mai ridondante. Paperoga trova la sua dimensione giusta che non lo fa sembrare solo una macchietta, ma un papero strambo dotato di sentimenti. I vari allenatori delle squadre sono tutti divertenti, in particolare mi ha fatto ridere il direttore d’orchestra che incoraggia i suoi giocatori esclamando “Allons enfants!” come nel primo verso della Marsigliese. Belli i disegni di Intini e Soffritti.
“Il destino di Paperone” mi sta piacendo moltissimo! Adoro il sapore di queste cacce al tesoro che coinvolgono Paperone e nipotame. Mi è piaciuta l’intervista a Celoni in cui l’autore ha spiegato che questo non è un sequel delle Lenticchie di Babilonia, ma un “what if”: penso che sia il modo giusto di vederla. Ad ogni modo, la storia sta proseguendo benissimo e sono curiosa di leggere il finale. I disegni sono superlativi e anche le inchiostrazioni.
“Fama” è la celebrativa più debole, ma è comunque godibile e simpatica. Lo spunto di partenza è sempre quello classico della $aga di Don Rosa, ma guardato da una prospettiva diversa. I disegni sono molto belli.
“Il mistero del Monte Orso” parte anch’essa da spunti classici, ma si sviluppa andando a toccare in modo delicato i sentimenti di Paperone, che in fondo ha un cuore d’oro. Non ho letto la precedente celebrativa di Faraci e Cavazzano, ma questa mi è piaciuta molto.
Divertentissima “Gli allegri mestieri di Paperino”! Il duo Faraci-Faccini garantisce umorismo!
“Pippo e la conta natalizia” è una celebrativa carina, Michelini punta sul sicuro citando anche storie passate e il risultato è soddisfacente.
“Paperinik e il capodanno con danno” è molto bella! Ottimo lavoro di Gervasio e Baccinelli, che sfornano una storia molto piacevole. Anch’io ho gradito i pochi rimandi alla continuity: ciò ha permesso di leggere la storia scioltamente e “cogliendo l’attimo” per godere la storia in sé. Ottima caratterizzazione di Paperina e del suo rapporto con Paperino, bella la trama “gialla” in sé e curiosi gli intrecci dei tre miliardari tra loro.
“La lucidatura delucidata” è un po’ didascalica e ripetitiva, ribadisce cose già note e non dice molto di nuovo. Piacevole il tratto di Greppi, novità sul settimanale.
“Topolino e l’esperimento del Dottor Aster” ha lasciato un po’ di amaro in bocca anche a me. Lo spunto iniziale dello scambio dei corpi mi semrbava davvero interessante, ma la rivelazione che era tutto un bluff e i vari inganni e voltagabbana mi hanno un po’ delusa. Peccato, perché prometteva bene.
Molto godibile sia per sceneggiatura che per disegni “Qui, Quo, Qua e i furfanti di neve”, trovate carine e piacevoli.
Un ottimo mese!
Alla prossima!