Bentornati su Lo Spazio Disney!
Ci siamo già lasciati alle spalle il Natale e anche il Capodanno, ma ancora per qualche giorno possiamo dirci immersi nel periodo delle Festività.
Aspettando di vedere cosa vi avrà portato nella calza la Befana, allora, abbiamo giusto il tempo di guardarci un attimo dietro le spalle per ripercorrere il mese di dicembre tra le pagine di Topolino.
Ebbene sì, anche nel 2022 il vostro buon Bramo è pronto a blaterare le proprie opinioni non richieste sulla produzione inedita di fumetti Disney 😛
Dicembre 2021: le storie da Topolino

Se ben ricordate, avevo valutato più che positivamente quella Io sono Macchia Nera (non a caso l’ho inserita nella mia Top 5 del 2021), ma era questo secondo capitolo ad essere un po’ una prova del nove per lo sceneggiatore.
Una prova, però, superata questa volta soltanto a metà.
Le atmosfere si rivelano efficaci e vincenti, e questa non è una novità per lo sceneggiatore: già in altre storie thriller aveva dimostrato di saperci fare con la messa in scena e la capacità di creare setting e situazioni vagamente inquietanti e nebulose.
Il bianco e il nero conferma questa abilità, grazie alla Topolinia sommersa dalla neve che ha ideato per il nuovo diabolico piano del temibile avversario. La costante crescita della bufera crea anche nello stesso lettore una certa claustrofobia, dettata da una situazione apparentemente senza via d’uscita e opprimente. La freddezza (qui ci sta la… freddura 😛 ) ostentata dal Macchia nucciano, poi, regge degnamente e credibilmente tale situazione, insieme all’ostinata indagine di Topolino, deciso a scovare il macchinario responsabile del disastro meteo.
Come conseguenza di queste considerazioni, i primi due episodi della storia sono pressoché perfetti: qualche leggera sbavatura, forse, ma assolutamente perdonabile di fronte all’affresco generale. Anche il terzo episodio è buono e parte bene, ma è nella risoluzione dell’intreccio che crolla l’intero impianto. È uno snodo delicato nella narrazione in generale, di un giallo/thriller in particolare, e troppo spesso Nucci mi ha deluso proprio in questo passaggio cruciale (basti pensare alle varie storie di Mister Vertigo), inciampando anche in questo caso con un disvelamento che vorrebbe suonare sorprendente, buggerante, un piacevole sberleffo nei confronti dei lettori, ma che purtroppo risulta invece fragile, inadeguato e poco credibile, andando a depotenziare di riflesso tutto quanto letto nei capitoli precedenti.
L’idea di base dietro a questa idea poteva anche avere un potenziale interessante, io credo di aver capito quale fosse l’intento di Nucci dietro questa scelta, ma è stata trattata in maniera poco adeguata rispetto al modo in cui viene presentata e spiegata e rispetto a Macchia Nera stesso, che più che un genio criminale risulta un trollone della peggior specie, per non dire un improvvisato. Il grande piano non è tale, non c’è dietro un complesso ingranaggio ben pensato e organizzato, non c’è il frutto di una mentre sopraffina e machiavellica. C’è praticamente uno scherzo. E secondo me questa cosa non funziona, o perlomeno mi ha decisamente deluso.
Peccato, peccato davvero perché in Io sono Macchia Nera si era riusciti, pur con una narrazione minimalista e un’assenza di confronto vero e proprio tra villain ed eroe, a portare in scena un’ottima visione del personaggio… e Il bianco e il nero sembrava esserne una degna prosecuzione alzando anche la posta in gioco. Ma alla fine, per quanto mi riguarda, la storia si è rivelata un gigante d’argilla: questo non toglie le buone sensazioni che ho assaporato per due terzi e più di racconto, beninteso, e attendo infatti con curiosità e interesse la terza incursione del Macchia Nera di Marco Nucci, ma inevitabilmente un po’ d’amaro in bocca mi è rimasto.
Plaudo invece senza indugio ai disegni di Casty: l’autore sta continuando un’evoluzione stilistica decisamente interessante che sta portando a risultati decisamente in crescita rispetto alle sue prove di qualche anno fa, già buone nel loro classicismo, adatte alle proprie trame, ma non sempre completamente efficaci o dotate di particolari guizzi. In questo caso, complici forse anche le chine di Michela Frare, il tratto si arricchisce di sfumature, gli sfondi si avvicinano a sensazioni di realismo e Macchia Nera è più inquietante che mai.
Le vignette con Topolino disperso nella neve, così come la spettrale città ormai completamente ricoperta dalla coltre bianca, sono scene visivamente molto forti e suggestive, che ricorderò a lungo.
È bene evidenziare che questa invasione nevosa ha colpito, in un simpatico gioco metanarrativo, anche tutte le altre storie comparse su quei tre numeri di Topolino, perfino quelle ambientate a Paperopoli. Idea semplice – forse non così tanto nella preparazione e organizzazione – che offre un altro brillante esempio dell’idea “omnicomprensiva” che il direttore Alex Bertani ha del settimanale. L’ho apprezzata molto e trovo che sia un approccio stimolante e stuzzicante per il lettore.
Nel paesino di Nowhereville la zia di Minni sembra scomparsa, e non c’è nessun altro a cui chiedere. Con la neve che continua a fiocchettare e i tanti corvi che appaiono sempre più minacciosi, strani indizi e inquietanti pagine di diario, i tre protagonisti conducono per mano il pubblico dentro un’indagine dalle tinte fosche, con una risoluzione chiaramente rassicurante ma che nel suo svolgimento regala molti momenti felici, per una volta non solo prettamente d’atmosfera ma pure a livello di trama concreta. Anche in questo caso Casty si supera alle matite e offre tavole pazzesche, forse anche migliori de Il bianco e il nero.

Insomma, un rimescolare le carte in gioco che potrebbe apparire pretestuoso o addirittura “errato”, sulle prime, ma che riesce a dare una sterzata rispetto al solito andamento del racconto, rendendolo peraltro credibile e contemporaneo nelle sue dinamiche relazionali, offrendo diverse scene molto forti e d’impatto (in particolare le visioni del futuro). In quest’ultimo aspetto lo sceneggiatore viene aiutato in maniera determinante dagli strepitosi disegni di Mottura, che a stretto giro dopo Paperin Pigafetta torna già sulle pagine del “Topo” per questa storia speciale, graziando i personaggi con il suo stile inconfondibile e rendendo magiche le ambientazioni. Le sue matite coadiuvano perfettamente l’andamento della trama, donando le giuste atmosfere e dando una buona pennellata di sana inquietudine nelle scene più “oscure”.
Insomma, una buonissima storia, potrei addirittura definirlo un instant-classic natalizio, non certo esente da difetti o forzature visto il peculiare approccio all’opera dickensiana, ma nel complesso l’operazione regge e offre molto al lettore.

Mastantuono sembra trovarsi sempre più a suo agio all’interno di questa miniserie aperiodica dedicata alla redazione del Papersera, costruendo nel tempo al suo interno una certa “mitologia” di fondo, personaggi e situazioni che ricorrono e una realtà coerente che si evolve. In questo caso torna infatti il legame con il Klondike del passato paperoniano, già visto nell’avventura precedente del ciclo, e l’autore si diverte addirittura a immaginare le origini del giornale dello Zione, usando tale aneddoto come filo rosso di un problema etico del presente. Non mancano le gag, l’umorismo verbale, un ottimo uso di Paperino e Paperoga e infine i disegni, risultato di un lavoro di sintesi sui personaggi interessante e ammirevole, capaci di apparire morbidi e dinamici; il tratto umoristico per sfondi, oggetti e ambientazioni non è privo di dettagli, inoltre, che impreziosiscono l’apparato estetico.

Per concludere la sfilata di storie natalizie c’è Area 15 – La notte dei ricordi, di Roberto Gagnor e Nico Picone (n. 3447), che prosegue la corrente “intimista” che la serie sta conoscendo in maniera marcata negli ultimi episodi. Gli adolescenti che popolano il club sono sempre più spesso faccia a faccia con problemi e inquietudini dell’età, e in quest’occasione si raccontano alcuni aneddoti nostalgici su alcuni dei loro Natali. Gagnor si trova a suo agio, riuscendo a incanalare in modo valido la sua sensibilità in questo tipo di suggestioni. Picone è il disegnatore che meno mi ha convinto tra quelli che si sono avvicendati sulle tavole di Area 15… ma c’è anche da riconoscere che il confronto è con gente del calibro di Claudio Sciarrone e Libero Ermetti! Ad ogni modo l’artista sta crescendo e in questo caso consegna un lavoro più che buono.

Ma Maya Åstrup non ci sta 😛 e dimostra che anche alla Egmont sanno elaborare intrecci interessanti e ambiziosi. In questo caso si è puntato in alto, ponendosi l’obiettivo di raccontare l’infanzia di Amelia e quindi elaborando una materia potenzialmente esplosiva, considerando la delicatezza del personaggio.
Il risultato, invece, straordinariamente non va a retconnare nulla di quanto sappiamo sulla fattucchiera, decidendo invece di aggiungere elementi che si inseriscono negli spazio bianchi del suo passato, giustificando in modo interessante il suo background e tutto quello che l’ha portata fin sulla soglia dell’ufficio di Zio Paperone in quella storia fondamentale di Carl Barks del 1961, nella quale Magica De Spell esordì.
La trama non è nulla di originale, un classicissimo viaggio di formazione nel quale ho colto alcuni vaghi echi altre storie “magiche” (da Harry Potter a Queste oscure materie), ma viene raccontato con trasporto e stuzzicando il lettore nel mostrargli le origini di Gennarino e soprattutto della sua missione alla ricerca del tocco di Mida.
Anche Giorgio Cavazzano deve essersi accorto di avere per le mani una sceneggiatura fuori dal comune e piuttosto valida, perché ha contribuito in maniera raffinata alla parte estetica con disegni sopraffini, nei quali spicca il character design della Amelia bambina e adolescente, così come l’omaggio alle vignette barksiane tratte da Zio Paperone e la fattucchiera.
Insomma, si tratta di uno splendido omaggio alla villain in occasione del suo sessantesimo compleanno, e sono felice abbia trovato posto sul settimanale.


Domande senza risposta, così come quelle legate alle improbabili velleità da gamer (scarso) del professor Enigm, personaggio che a questo punto immagino essere il motivo per cui è stato chiamato Casty alle matite. L’Andrea Castellan che vedo qui è qualche spanna sotto alle vette raggiunte con le due lunghe nucciane, riposizionandosi nella buona media a cui ci aveva abituati negli scorsi anni, senza particolari guizzi. Un tratto pulito, semplice, tutto sommato adeguato al tono della narrazione ma senza exploit di sorta.

Mi fa piacere vedere una new entry ai disegni: la giovane Capovilla non fa rimpiangere le guizzanti matite di Stefano Intini per il semplice fatto che… non ne scimmiotta inutilmente lo stile, ma percorre una sua strada che personalmente ho trovato convincente. Per ora siamo perfettamente “nei ranghi” dell’approccio estetico disneyano di questi ultimi anni, cosa che è già un traguardo non da poco, offrendo un segno morbido e piacevolissimo. Come da altre giovani disegnatrici che nel corso del 2021 hanno esordito su Topolino, mi aspetto belle cose da questa promettente “recluta” 😉

Panaro si riduce a fare il “compitino”, mettendo in fila alcuni personaggi e concetti introdotti nella saga medievale e ideando una trama poco coinvolgente, nella quale tutti gli elementi che rendevano quelle storie memorabili e divertenti spariscono in luogo di uno svolgimento piatto e che sembra uscito da un Topolino di vent’anni fa. L’omaggio, in questo modo, risulta sterile e un mero traino alla ristampa in formato cartonato delle storie “classiche”, che sono molto più di un carosello in costume con i paperi disneyani nelle vesti di cavalieri, scudieri, maghi e re.
Parlando del disegno, invece, il tratto pulito e ultra-classico di Palazzi non si rivela la scelta migliore: tale stile, per quanto tecnicamente buono nella maggior parte dei casi, appare infatti fin troppo ingessato e questo annienta uno dei fattori di maggior interesse in quelle storie: l’estro grafico di Bottaro, che le rendeva immaginifiche.
È stato davvero un peccato che il possibile revival del ciclo sia passato per un tentativo così maldestro: Panaro poteva avere le carte in regola, da veterano qual è, per fare qualcosa di più sentito e in linea – seppur alla lontana – con le istanze di Paperino il paladino e seguiti, ma così non è stato, almeno per quanto mi riguarda.

Partita male, proseguita peggio, era riuscita a risollevarsi – pur parzialmente – in tempi più recenti grazie all’interessamento di Bertani stesso. Lo scorso episodio, però, era tornato a volare basso e con questo si scava ulteriormente sottoterra. Mi spiace davvero, ma per quanto potesse essere un’idea simpatica rivedere alcuni momenti delle storie precedenti sotto un altro punto di vista (nella fattispecie quello del giovane Pietro Gambadilegno che ha tenuto d’occhio, pur a distanza, le prime “imprese” di Topolino), la realizzazione appare goffa. Il primo problema risiede nel fatto che un’operazione del genere funziona se gli eventi che vengono rinarrati hanno avuto appeal sul lettore; e quindi nel mio caso si partiva male ^^’’ Inoltre, questo nuovo sguardo aggiunge poco o nulla a quanto abbiamo già visto, rendendo superfluo il confronto. Infine, il passaggio che cita esplicitamente La collana Chirikawa di Romano Scarpa – che sono sicuro sia stato inserito con le migliori intenzioni – crea invece più di un problema, laddove si voglia vedere questa serie come una realtà alternativa alla continuity “canonica” di Mickey Mouse. Non solo: le vignette che fanno riferimento all’immortale capolavoro scarpiano sono rese da Panaro con lo stile “rozzo” che il compianto fumettista aveva usato per simulare il modo in cui un bambino vede il mondo, essendo una scena in soggettiva dal punto di vista del Topolino bebè. Peccato che in questo caso il flashback proviene da un dialogo tra Gambadilegno e Trudy, per cui questo accorgimento grafico appare sballato. Lo stile del disegnatore, peraltro, non appare particolarmente ispirato e in particolare i personaggi appaiono esattamente come ai giorni nostri, senza quasi nessun elemento che li faccia percepire come più giovani.
Mi fa piacere che Deninotti abbia tratteggiato Gamba in maniera meno tenera e più rude e negativa rispetto a tante altre storie degli ultimi anni, ma al di là di questa caratterizzazione tutto il resto non riesco proprio a salvarlo.
Come avete visto, la carne al fuoco era tanta, questa volta.
Del resto dicembre è un periodo, insieme ai mesi estivi, in cui c’è forse un’attenzione in più da parte della redazione verso l’offerta del giornale, consci che molti lettori hanno la tradizione dell’acquisto del libretto nel periodo natalizio: la possibilità di interessare una fetta di questo pubblico al punto da farla tornare acquirente assidua è ghiotta ed è giusto sfruttarla.
Spero di aver sviscerato in maniera sufficientemente chiara e completa le mie impressioni.
Come sempre, se volete dire la vostra potete usare i commenti del blog, dei social o per i più timidi 😛 i DM della pagina Instagram.
Sul blog ci si rilegge fra pochi giorni per il post dedicato alle varie pubblicazioni disneyane che hanno popolato gli scaffali di edicole e fumetterie nel corso di dicembre.
Ciao, e ancora buon inizio d’anno!
