Annunciata da diversi mesi, abbiamo potuto leggere quasi in contemporanea con la sua pubblicazione statunitense (è, infatti, passata appena una settimana dall’uscita dell’albo oltreoceano) The Infinity Dime, pubblicata sul Topolino #3579 con il titolo de Il decino dell’infinito. Il numero esce in formato flip book, che era già stato utilizzato in occasione dell’uscita delle storie celebrative di Disney 100, cosa che ha permesso di pubblicare sia la copertina di Corrado Mastantuono, sia la copertina ufficiale, o regular di Alex Ross. L’albo, come da consuetudine del mercato statunitense, in particolare quello dei supereroi, è stato rilasciato con una lunga serie di variant cover, tra cui spiccano quelle di John Romita jr. e di Walter Simonson, che è noto agli appassionati dinseyani per aver realizzato, per un fan disneyano un’autoconclusiva dedicata a Paperone e a Carl Barks con anche un abbastanza caustico parere sui collezionisti.
Simonson, però, ha anche un interessante punto in comune con lo sceneggiatore della storia, Jason Aaron: sono entrambi molto apprezzati nell’ambiente per un supereroe in particolare, il mitico Thor! Tra l’altro il buon dio del tuono viene anche citato, in un ironico autocitazionismo dello sceneggiatore, all’interno di The Infinity Dime. In quanto state per leggere (vi consiglio anche di leggere il parere di Emanuele Rossi Ragno) cercherò di fornirvi un parere sulla storia e, nella seconda parte, una (forse non troppo) breve divagazione sul multiverso. In fondo al post, invece, troverete il video che ho dedicato alla storia in uscita questa sera alle 21:00 (e quindi potrete, volendo, saltare la spiegazione scientifica in attesa dell’uscita del video!).
Nel segno di Carl Barks e Don Rosa

Aaron, affiancato da disegnatori italiani del calibro di Paolo Mottura, Francesco D’Ippolito, Alessandro Pastrovicchio, Vitale Mangiatordi, Giada Perissinotto, in varie interviste, inclusa quella rilasciata a Comicbook in cui si trovavano alcune immagini di preview, ha sempre affermato di amare i fumetti di Carl Barks e Don Rosa, cosa peraltro ribadita nell’introduzione alla storia. E in effetti leggendo il risultato finale, le attese non sono state… disattese!
Inizierei, però, dalle note in qualche modo dolenti. La prima è una considerazione che parte dall’intervista di cui sopra. Quanto dichiarato da Aaron, combinato con la preview, di fatto mi avrebbero permesso di scrivere una recensione della storia che non sarebbe stata sostanzialmente molto differente da quanto leggerete. E d’altra parte anche il video che vedrete l’ho girato una prima volta il giorno dopo l’uscita di questa intervista. Poi ha avuto una gestazione complessa e l’ho rigirato almeno un altro paio di volte, ma i suoi contenuti non sono cambiati di molto (nel senso che avrò al massimo aggiunto un paio di considerazioni in più dopo la lettura della storia, quella originale, però).
La seconda è legata alla caratterizzazione dei personaggi, indicativa di un autore, Aaron, all’esordio con questi personaggi, oltre che da una scarsa presenza dei fumetti disneyani di produzione moderna nelle fumetterie statunitensi. Innanzitutto colpisce l’eccessiva tirchieria di Paperone, che pur se discende dai primi fumetti barksiani, è ancora più anacronistica della comunque anacronistica tirchieria presente nei fumetti di produzione Europea e che spesso ho criticato (un po’ come immaginare Paperone fuori dal mondo che non ha ben presenti le spese che le famiglie devono affrontare quotidianamente). Dettaglio comunque non marginale è che nella storia la “mancia” è per i nipotini e non per Paperino, il che evidentemente nasce proprio dall’idea che il dovuto per l’aiuto nell’ennesima avventura sarebbe in effetti eccessivamente basso in tempi moderni se indirizzato a Paperino.

E poi c’è la abbastanza antiquata caratterizzazione dei nipotini, che vengono rappresentati come i Qui, Quo, Qua degli esordi che si completano le frasi a vicenda, mostrandosi anche al limite del saccente grazie al classico Manuale delle Giovani Marmotte. Di fatto non risaltano esattamente per simpatia. C’è da notare che tale caratterizzazione è in qualche modo stata abbandonata anche dai fumetti di produzione Egmont, almeno in quelli che giungono, non senza qualche difficoltà, in Italia.
Un altro elemento che probabilmente discende dallo spazio abbastanza risicato concesso alla storia è l’assenza di qualunque riferimento al presumibile viaggio di Paperone nel multiverso per raccogliere la sua squadra di Paperoni. Questi ultimi, quindi, risultano scarsamente approfonditi, se non per la pura riconoscibilità della loro ispirazione donrosiana. Questo, in qualche modo, rende accessibile il fumetto soprattutto ai lettori disneyani più che a quelli supereroistici, nonostante le forti atmosfere del genere.
Tra gli elementi positivi c’è, poi, l’evidente conoscenza disneyana. I classici, in questo caso le storie di Barks e Rosa, sono (o quanto meno appaiono) ben noti ad Aaron, che propone una storia in un certo senso di stampo marvelliano. Si parte infatti con una variazione sul Natale su Monte Orso, storia d’esordio di Zio Paperone (ristampata in appendice nell’edizione statunitense), in cui, nel più tipico What if…?, ci si chiede cosa sarebbe successo a Paperone se quella notte non fosse mai avvenuta. E da lì inizia un viaggio nel multiverso in cui gli autori si divertono tra una citazione alla Saga e un’altra, probabilmente del tutto casuale, alle storie italiane in cui Paperone aveva diversi depositi dispersi per la città.

L’epica conclusione, infatti, è ambientata in un deposito oceanico che contiene al suo interno i depositi depredati nel multiverso, e magari il pensiero di Alessandro Pastrovicchio, che ha disegnato quella porzione della storia, è andato proprio a quelle avventure, e perché no proprio alla mitica Il deposito oceanico di Marco Rota, che è pure giunta negli Stati Uniti sulle pagine di Uncle Scrooge #266 e #267.
Un elemento squisitamente donrosiano è, invece, la narrazione. Le didascalie, infatti, sembrano uscire da uno dei classici pulp magazine di Manibuche De’ Paperoni (e in un certo senso anche l’intera vicenda), mentre la grinta di Paperone, in particolare all’inizio del secondo capitolo, richiama direttamente a quella della Saga.
Le prossime uscite marvelliane saranno improntate sui What if…? con Paperino che vestirà i panni prima di Wolverine e poi di Thor. A realizzare le storie avremo Luca Barbieri((Cosa che mi fa sospettare che la serie sia di produzione Disney International più che Marvel)) e rispettivamente Giada Perissinotto e Lorenzo Pastrovicchio, che per quest’albo ha realizzato una delle variant cover.

Nel complesso siamo di fronte alla storia di quello che, relativamente all’universo disneyano, è un esordiente. La cosa è abbastanza evidente sia dalla caratterizzazione abbastanza antiquata, sia dal citazionismo, che è la più che ovvia direzione per un autore che muove i primi passi in un universo narrativo che, per quanto amato, non è quello in cui solitamente sguazza come scrittore. Anche lo spazio risicato è, in qualche modo, un limite che l’autore non è riuscito a sfruttare a suo vantaggio, mentre, nonostante l’evidente riferimento al Guanto dell’Infinito, anche i riferimenti supereroistici puntano molto di più in direzione della DC Comics (come il parallelismo per me immediato tra il Paperone malvagio e Hal Jordan/Parallax, o quello grafico tra la splash page di Mangitordi e la scena del multiverso DC Comics presente nel film The Flash) che non della Marvel, ma, almeno personalmente, alla fine la storia, forse anche per la sua velocità di lettura (l’ho letta in inglese), è risultata sufficientemente piacevole e, in qualche modo, in linea con le produzioni recenti della Disney International.
L’elemento più positivo della storia, però, emerge con la sconfitta del cattivo ed è quello che maggiormente mi ha soddisfatto dalla lettura: Paperone è qualcosa di più del denaro che ha guadagnato in una vita.
Storia scientifica del multiverso
La prima storia inizia tra il 1955 e il 1956 quando Hugh Everett, che aveva assistito all’ultima conferenza pubblica di Albert Einstein (era il 14 aprile del 1954), portò a conclusione la sua tesi di dottorato. Con la supervisione di John Wheeler, aveva colto spunto da una delle frasi dette da Einstein nel corso della conferenza:
E’ difficile credere che questa descrizione((Einstein qui si sta riferendo alla meccanica quantistica in particolare nell’interpretazione della scuola di Copenaghen)) sia completa. Sembra rendere il mondo nebuloso a meno che qualcuno, un topo per esempio, non lo stia guardando. E’ credibile che lo sguardo di un topo possa cambiare considerevolmente l’universo?
In estrema sintesi il lavoro di Everett si concentrò su una interpretazione della meccanica quantistica che definiva dei molti osservatori e che mirava a descrivere la funzione d’onda dell’universo nella sua interezza. Quest’ultima, detta anche universale, è secondo Everett la sovrapposizione delle funzioni d’onda parziali che tengono conto della memoria e delle osservazioni di ciascun componente dell’universo. Inoltre il concetto di universalità della funzione d’onda implica che ciascuna funzione d’onda parziale è dunque in grado di estendersi in tutto l’universo senza limitarsi, per esempio, a una scatola. Secondo Everett, infine, ciascun elemento si evolve in maniera deterministica, ma gli aspetti statistici e probabilistici emergono dalla natura molteplice della meccanica quantistica, che realizza e mette in atto tutte le possibilità.
In particolare il riferimento alla scatola fatto poc’anzi rimanda direttamente al famoso esperimento mentale proposto da Erwin Schrodinger sul gatto nella scatola, che se visto dal punto di vista della meccanica quantistica sarebbe in una sovrapposizione tra essere vivo ed essere morto. In questo modo, spingendo alle estreme conseguenze il modello di Everett, emergerebbe un multiverso in un certo senso ad albero, in cui qualunque scelta non compiuta da ciascun abitante dell’universo, sarebbe in realtà avvenuta in un universo parallelo.
Di fatto questo multiverso sarebbe il più simile a quelli prodotti da DC Comics e Marvel che in pratica propongo variazioni più o meno lontane sui propri supereroi.

Un secondo modo di vedere il multiverso, che peraltro in qualche modo è stato utilizzato da Grant Morrison su The Invisibles, è tramite la teoria delle stringhe. Questa è stato il primo modello matematico che ha proposto una unificazione della teoria della relatività generale con la meccanica quantistica. Lo spazio geometrico all’interno del quale si sviluppa tale teoria è a più dimensioni e, in particolare, al suo interno si “muovono” delle membrane (o brane, usando il termine tecnico) che, collidendo una con l’altra, creano universi, che ovviamente definiremmo paralleli. In questo caso, però, non sarebbero variazioni uno dell’altro, ma universi completamente diversi, con quantità di energia e di materia diverse e, forse, anche con leggi della fisica differenti.
Una cosa del genere, ovvero universi paralleli con leggi della fisica differenti, avviene, anche se in termini leggermente diversi, avviene anche con il terzo modello che vi sto per citare, l’inflazione cosmica. Quest’ultima è una teoria, molto ben verificata, che descrive i primi istanti dell’universo secondo cui a un certo punto lo spaziotempo si è espanso a velocità superiori a quella della luce. Questo non viola i principi di relatività, in particolare quello sulla velocità della luce, questo perché la materia ancorata nelle varie porzioni dello spaziotempo ha continuato a muoversi alle usuali velocità. Se, come suggerisce l’interpretazione più estrema dell’inflazione cosmica, questi periodi si alternano nel corso della vita dell’universo, allora è possibile che queste porzioni di spaziotempo di fatto risultano separate e irraggiungibili una dall’altra con valori delle costanti fisiche differenti e quindi con leggi della fisica che funzionano in maniera leggermente differente una dall’altra. Queste porzioni di spaziotempo sono dette universi bolla e il nostro sarebbe uno dei tanti di questi universi, che quindi sarebbero in realtà delle aree irraggiungibili e incomunicabili all’interno di uno spazio più grande che sarebbe in realtà il vero universo.

Tutto quello che ho raccontato, però, non è verificabile e anche se una qualche delle teorie citate o altre non citate dovesse venire parzialmente verificata, ciò non implicherebbe automaticamente l’esistenza del multiverso. Anzi, per molti fisici teorici e non solo, è molto improbabile la sua esistenza, ma nonostante questa posizione, che in parte condivido, vorrei comunque chiudere con quanto scriveva nel biglietto di addio Liz Everett prima di suicidarsi:
Vi prego di buttarmi nell’acqua… o nella spazzatura, forse così finirò nell’universo parallelo giusto insieme con mio padre.((Please sprinkle me in water…or the garbage, maybe that way I’ll end up in the correct parallel universe))
Il video
Come scritto nel corso di questo lungo articolo, ho anche realizzato un (altrettanto) lungo video dedicato alla storia e, per lo più, al racconto scientifico del multiverso. Lo trovate qui sotto e, a seconda di quando finirete nell’articolo, dovrà ancora uscire, o magari sarà già uscito. Spero che abbiate voglia, in entrambi i casi, di vederlo:
